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Il Grappolo d’oro Clivus al giornalista Quirico sequestrato dall’Is

giugno 14, 2015 9:43 am Category: Est Veronese, In evidenza, Spettacoli & cultura, Spettacoli & cultura, ultimaora Scrivi un commento A+ / A-

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«Paura? È normale averla, ho subito due false esecuzioni, ma non vedo l’ora di tornare in Siria per raccontare quella tragedia immane. La minaccia dell’Is? È reale, il loro progetto è ribaltare di 360 gradi l’asse della storia, che fino ad oggi l’ha segnata l’Occidente. E mai come oggi questo è possibile. I rifugiati? Nessun rapporto con l’Is e accoglierli è sacrosanto. Non lo decidono né Salvini, né Renzi, né Alfano, lo dice il Diritto internazionale».

È duro quanto “vero” nel suo racconto Domenico Quirico, testimone diretto, sempre, dei grandi fatti del mondo, dall’eccidio del Ruanda alla guerra Cecena, alla costruzione del “Grande Califfato” che ha raccontato nel suo ultimo libro che porta proprio questo titolo (edito da Neri Pozza). Venerdì 12 giugno Quirico, inviato di guerra de La Stampa di Torino, era a Monteforte d’Alpone (Verona) per ritirare il premio nazionale “Grappolo d’oro Clivus”, promosso da Cantina di Monteforte in collaborazione con il Gruppo Sportivo Valdalpone De Megni (quello che da 40 anni organizza la “Montefortiana”, maratona gemellata con quella di New York).

«Tanti mi hanno chiesto: perché andare in Siria a rischiare la pelle, chi te lo fa fare? In quattro anni li sono morte più di 200 mila persone, ci sono 4 milioni di profughi, le città sono polverizzate dai bombardamenti. Io sono un giornalista, e sento di avere il dovere di raccontare questa tragedia – attacca Quirico -. Un luogo a due ore d’aereo da casa nostra dove la sofferenza è silenzio, non grida. Il mio mestiere è trasformare quel silenzio in parole. C’è un evento che ha cambiato la mia vita: il Ruanda di 21 anni fa. Un eccidio di 800 mila persone dove ognuno ha ammazzato l’altro guardandolo in faccia, con il cacciavite, con un bastone, con una mazza. E qui arriviamo al giornalismo, il fare bene o male questo mestiere poteva avere delle conseguenze immediate su queste persone. In Ruanda il sistema mondiale dell’informazione arrivò tardi, raccontò solo il dopo genocidio. L’omissione è uno dei peccati più gravi».

La vita però l’hai rischiata? «Dal Ruanda, ogni volta che mi hanno mandato in un luogo mi sono imposto di essere presente, di condividere il destino di quelle persone per avere il diritto morale di raccontarlo. Non scrivo di un bombardamento aereo se non ci sono stato sotto. In quei 5 mesi ho subito due false esecuzioni: arriva il tuo carceriere, ti fa vedere che carica la pistola, ti dice di mettere la testa contro il muro e ti appoggia la pistola alla nuca, e ride. Perché in quel momento ha il pieno potere di un’altra persona. Ho anche tentato di scappare: ero immobile da tre mesi, senza scarpe in una stanza di tre metri per due, e l’idea di poter correre, di muovermi libero è stata grande. Io sono un maratoneta, ho sempre corso, anche il giorno in cui mi sono sposato. E sono scappato sapendo che mi avrebbero ripreso e che mi poteva costare caro».

C’è chi ti accusa di “parteggiare” per loro? «Non ho alcun motivo di affetto nei confronti di queste persone, che mi hanno preso il tempo. Qualcosa che nessuno mi restituirà. Ma non posso odiarli. Se lo facessi sarei ancora loro prigioniero».

L’Is può usare i barconi dei migranti per venire a colpirci? Non c’è alcun rapporto tra l’Is e questa povera gente che anzi fugge da loro e da tante altre guerre. Io mi sono spacciato per un migrante e sono naufragato con loro a due miglia da Lampedusa. L’Italia ha l’obbligo di accoglierli perché sta scritto nel Diritto internazionale, nella Costituzione. Chi è fugge da guerre e carestie va accolto, sono rifugiati. Non lo decidono né Salvini, né Renzi, né Alfano. Lo dice il Diritto internazionale. Oltre che la misericordia umana. E non confondiamo con gli altri immigrati, dove invece la questione è un problema solo di misericordia, se esserne artefici e se funziona o no».

Che gente è quella dell’Is? «Tutti hanno in testa una sola cosa: la ricostruzione del Califfato. Combattono, uccidono e muoiono per quello, con assoluta indifferenza di fronte alla morte, che è con loro ogni secondo. Il progetto è semplicissimo: far ruotare di 360 gradi l’asse su cui gira la storia del mondo, fino ad oggi impressa dall’Occidente. Loro vogliono riportarci al 630 quando era l’Islam la parte evoluta del pianeta e l’Europa era solo barbarie».

 

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