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18 Agosto 2022
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Archeologia, scoperta una strada romana a Gazzo Veronese

Scavi Gazzo

di Cinzia Franchini

Un tesoro sepolto, emerso inseguendo le tracce dell’antica strada romana Claudia Augusta Padana a Ronchetrin di Gazzo Veronese. Una necropoli a incinerazione, con un significativo corredo funerario, anelli, monete, olpe (la tipica brocca dal corpo allungato e l’imboccatura rotonda usata per le libagioni), lucerne, balsamari, ceramiche, patere (le coppe per i sacrifici rituali). È la sensazionale scoperta fatta in queste settimane nella Pianura Veronese: una necropoli romana a lato di quella che molto probabilmente era la via del nord Europa, la “Claudia Augusta”, evidenziata dai rilievi aerei per la presenza di ampi tratti chiari nelle campagne. Protagonisti del viaggio nel tempo sono gli archeologi dell’Università di Verona coordinati dalla professoressa Patrizia Basso, affiancati dagli studenti di terza e quarta indirizzo Classico del liceo “Cotta” di Legnago, che hanno assistito allo scavo con le insegnanti referenti del progetto archeologia della scuola, Chiara Quaglia e Barbara Egidati, in virtù di un accordo del 2014 con la Soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto. La nuova campagna di scavi in località Ronchetrin di Gazzo Veronese è partita il 9 settembre, a circa un anno di distanza da quella precedente, in una zona limitrofa e fa parte di un progetto triennale, “GaVe”, che vede la stretta collaborazione tra vari Enti: la Soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, nucleo operativo di Verona, diretta dalla dottoressa Brunella Bruno; l’Università di Verona (Dipartimento TeSis) e l’Università “La Sapienza” di Roma; il liceo “G. Cotta” di Legnago; la Società archeologica padana diretta dal dottor Alberto Manicardi, che si occupa dei progetti didattici con le scuole; ed il Comune di Gazzo Veronese. Che si tratti di una strada fino ad oggi sommersa, non c’è dubbio: c’è il selciato a strati, le sezioni in parete presentano evidenti tracce di varie e successive sedimentazioni e sovrapposizioni del terreno. «Stiamo cercando di capire se si tratta effettivamente della strada romana Claudia Augusta Padana – spiega Patrizia Basso, docente di archeologia all’Università di Verona – per saperlo con certezza dovremmo trovare un miglio con un’iscrizione che attesti la realizzazione della strada che da Ostiglia passava per le campagne di Gazzo e andava in Val d’Adige». Un’importante arteria che tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. metteva in comunicazione il nord della penisola italiana con l’attuale Germania, passando il confine al Brennero. Se dalle ricerche emergerà la conferma dell’ipotesi che per duemila anni si è calpestato l’antico selciato della Claudia Augusta nel suo tratto padano, si sarebbe di fronte a quella strada che nel 15 a.C. il generale Druso aveva iniziato per far transitare l’esercito di suo padre, l’imperatore Augusto, nel corso della campagna militare alla conquista della Rezia e della Vindelicia, l’attuale Baviera. Si tratta inoltre di avvalorare o meno l’esistenza di due tracciati, quello padano che partiva da Ostiglia, nel Mantovano e quello altinate da Altino, in provincia di Venezia, entrambi diretti verso Trento, come attesta la preziosa Tabula Peutingeriana, copia del XII-XIII secolo di una mappa romana delle vie militari di epoca imperiale, conservata nella Hofbibliothek di Vienna (Codex Vindobonensis), tramandata dall’umanista Konrad Peutinger, che a sua volta l’aveva ricevuta dal bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I, Konrad Celtes (oggi questa importante tabula è annoverata dall’Unesco tra le Memorie del mondo). A testimoniare l’importanza che il territorio veronese aveva per i Romani c’è il fatto che a fianco della strada è emersa in questi giorni una necropoli di dimensioni apprezzabili, ricca di tombe e di corredi funerari ed è stato riportato in luce anche un lustrino, l’area adibita al rito funebre dell’incinerazione dei corpi. Dalle tombe a cassetta costruite in laterizio sono emersi tantissimi frammenti di ossa combuste che permetteranno di analizzare il loro Dna e stabilire l’età e il sesso della persona a cui appartenevano e che vi si trovava sepolta in quel luogo. Finora sono state strappate alla dura terra dopo un faticoso scavo e portate in superficie più di dieci tombe e ognuna ha regalato alla storia un tesoro dal valore inestimabile: lucerne in terracotta, monete in bronzo, anelli in rame, olpe per i liquidi delle libagioni, frammenti di ceramica grigia, balsamari in vetro, alcuni perfettamente conservati, utilizzati per contenere olii profumati, patere in terracotta. Molti di questi reperti sono stati estratti con particolare difficoltà dagli archeologi perché il coperchio della tomba era crollato all’interno per l’intervento di scavo della ruspa e dell’aratro del proprietario del terreno, che ha consentito il recupero del patrimonio storico, concedendo il campo fino al 22 settembre. Per gli archeologi quindi si è trattato di abbassare ulteriormente il livello del terreno con le pale e poi di togliere la copertura franata, con sapiente ed accurato lavoro di cazzuola e scalpellino, ma anche a mani nude. «Un lavoro particolarmente faticoso, ma appagante – dicono gli addetti ai lavori – siamo contenti di metterci in gioco così, perché alla fine siamo orgogliosi di aver partecipato a ricostruire la storia che hanno vissuto gli antichi. In questo modo respiriamo direttamente il passato e lo tocchiamo con mano». Giornate dure anche per gli archeologi che hanno scavato lungo il tracciato della strada che interseca la necropoli: immersi nell’acqua della falda, stivaloni da pescatore ai piedi, vanga e badile, secchi e carriole a scavare senza sosta per restituire allo splendore dell’eternità quella che in ogni caso era una antica via di comunicazione. «È importantissimo questo scavo – puntualizza Basso – da tutti i reperti trovati, una volta completate le analisi, saremo in grado di stabilire le tecniche di costruzione della strada, la datazione, il percorso in relazione all’insediamento nel territorio e potremo anche ricostruire l’ambiente, studiando i materiali rinvenuti, come i pollini, il legno usato per bruciare i corpi dei defunti; potremo insomma ricostruire il paesaggio romano dell’epoca, che poi è stato intorbato». E a dare manforte agli archeologi nella ricostruzione di un tassello della storia umana c’era tutta una serie di figure professionali che hanno lavorato in continua ed assidua collaborazione tra loro: Nicoletta Martinelli si occupa della datazione tramite lo studio del legno, Marco Marchesini è un paleobotanico, Cristiano Nicosia è geoarcheologo. E la collaborazione di studenti del liceo Classico “Cotta” di Legnago ed universitari della Laurea Magistrale interateneo Ferrara e Trento. «È un modo molto interessante, didatticamente efficace ed entusiasmante per avvicinare gli studenti alla storia, appassionandoli a questa disciplina – commenta il preside del liceo “Cotta”, Silvio Gandini – apprezzo tantissimo il lavoro di tutti e mi fa piacere che i ragazzi vedano da vicino come si ricostruisce la storia». L’area geografica non è nuova a questo tipo di scavi. Già negli anni ’80 era stata individuata la zona di Ostiglia ed effettuato uno scavo archeologico, ma certamente questo recente sta riscuotendo interesse da più parti. Partner indispensabili dell’impresa archeologica sono già dallo scorso anno le vetrerie Saint Gobain, che hanno offerto il pranzo ai liceali nella precedente campagna, il Consorzio di bonifica che ha messo a disposizione una ruspa e la Fondazione Bosis Emilia di Bergamo che gestisce l’Oasi del Busatello. Ora verrà allestita una mostra, in ottobre alle scuole medie di Gazzo, dove i liceali del “Cotta” illustreranno il lavoro archeologico a cui hanno preso parte.

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