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22 Maggio 2024
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Coronavirus Fase 2, D’Arienzo (Pd): «La verità è che in Veneto si fanno circa 170 tamponi al giorno per 100mila abitanti quando ne servirebbero 250»

«Da lunedì si riapre tutto, ma il Veneto non effettua un numero sufficiente di tamponi. Ci sono rischi per la fase due? Secondo gli esperti, sì». A sottolinearlo, oggi, è il senatore veronese Vincenzo D’Arienzo (Pd) che spiega: «Sui 2,5 milioni di tamponi effettuati in Italia, circa un terzo sono di controllo su soggetti già testati (personale sanitario e contagiati) e due/terzi di diagnosi. Troppo poco ed in Veneto il problema è evidente – dichiara il senatore dopo l’analisi dei dati forniti dagli esperti -. Per gli analisti sarebbe utile fissare invece uno standard minimo di almeno 250 tamponi diagnostici al giorno per 100.000 abitanti. Un dato al quale nessuna Regione è finora arrivata.

Il fatto è che nella fase 2 i tamponi sono l’unico monitoraggio vero per studiare l’andamento dell’epidemia ed è, quindi, più che necessario che l’attività diagnostica proceda sempre più capillarmente». Il Veneto effettua in media circa 170 tamponi al giorno per 100mila abitanti, dato molto lontano dall’ottimale. Ma, soprattutto, di questi, il 42% sono effettuati su soggetti già testati in passato (personale sanitario, contagiati). Pertanto, i veri tamponi diagnostici sono il restante 58% di quelli effettuati.

«Questo è un dato che rivela quanto sia sbagliata la propaganda di Zaia che fa credere che il “tamponamento” massivo in Veneto stia favorendo il contenimento del contagio. Anzi – continua D’Arienzo -, emerge con chiarezza che il numero dei tamponi giornalieri per 100.000 abitanti non solo è molto esiguo rispetto alla massiccia attività di monitoraggio necessaria nella fase 2, ma addirittura lo è ancora meno la parte diagnostica. Questo significa che se, malauguratamente, per un certo periodo, ovvero all’inizio della riapertura che avverrà da lunedì, l’eventuale diffusione del contagio non venisse subito rilevata a causa dell’insufficienza dei tamponi da fare, aumenterebbe il rischio di nuovi focolai e quindi di nuovi lockdown», conclude D’Arienzo.

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