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Emergenza Coronavirus. la Fiom Cgil: «Ora basta, chiudere le fabbriche non necessarie»

marzo 21, 2020 10:37 am Category: Economia, In evidenza, ultimaora Scrivi un commento A+ / A-

La segretaria della Fiom Cgil, Emanuela Mascalzoni

«Adesso basta, chiudete le fabbriche». A chiederlo, anche a Verona come a livello nazionale, è la segretaria della Fiom Cgil scaligera, Emanuela Mascalzoni. «Siamo in emergenza, in una vera emergenza in cui è a rischio la vita di un gran numero di persone, buona parte di tutte le attività possono e devono essere fermate fino a quando necessario – attacca Mascalzoni -. Dal 18 marzo il Governo ha introdotto dei particolari ammortizzatori sociali, studiati appositamente per le imprese e i lavoratori, con minori costi e stanziamenti significativi di risorse per tanti, quindi ora è arrivato il momento di provare a chiudere ciò che non è produzione indispensabile per il Paese. Scelta difficile ma necessaria».

«Non continuiamo a sfidare i lavoratori e la lavoratrici, quelli e quelle che al mattino indossano tute blu e camici da lavoro e vanno in fabbrica o in ufficio, mentre poi, quando a fine turno timbrano il cartellino per tornare a casa, non possono più uscire, devono stare a distanza di un metro, non devono andare a passeggio, eccetera – dice Mascalzoni -. E così come tanti passano il tempo a guardare il bollettino di guerra trasmesso da tutti i media e si chiedono perché loro devono rischiare, quale prodotto indispensabile stanno producendo? Certo lavorano con le regole del protocollo, esce anche lo Spisal a controllare e trova i tanti accordi fatti nelle prime settimane dell’emergenza dai nostri delegati, accordi fatti anche prima del protocollo, frutto di proteste e lotte. Il problema però è che qualcuno dovrebbe dire che le persone dentro le aziende sono tante. Troppi lavoratori che inevitabilmente si concentrano ai tornelli, vanno e vengono anche con mezzi pubblici, girano dentro i luoghi di lavoro. Tutto questo va fermato».

«Stanno venendo meno e sono sempre più contraddittorie rispetto all’emergenza sanitaria le motivazioni legate ai portafogli ordini, agli impegni di consegna, alle eventuali penali, quando chi produce i beni e i prodotti da vendere rischia la vita per entrare in una fabbrica, in una officina, in uno stabilimento di produzione», conclude Mascalzoni.

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