Troppo prodotto sul mercato, con prezzi che ne risentono in negativo. Per le fragole la stagione inizia in salita a causa di un mercato saturo, determinato dalla concomitante disponibilità di prodotto proveniente dal Sud Italia, dall’ingresso di fragole spagnole e dall’anticipo delle produzioni locali, favorito dall’andamento climatico.
«Nel 2026 la pressione ribassista sulle fragole veronesi risulta significativamente più forte rispetto al 2025 – annota Mirko Sella, presidente di Cia – Agricoltori Italiani Verona -. Alla data del 24 aprile, i prezzi all’ingrosso rilevati al mercato ortofrutticolo di Verona indicano, per la prima categoria, una quotazione di 2,17 euro al chilo, a fronte dei 2,60 euro al chilo registrati nello stesso giorno del 2025. Da alcuni anni Verona non rappresenta più il principale polo nazionale della fragolicoltura. Questo ruolo è oggi ricoperto da regioni del Sud Italia, in particolare dalla Basilicata. Tale spostamento produttivo è dovuto sia a fattori oggettivi — minore radiazione solare, stagione produttiva più breve, maggiori problematiche fitosanitarie e costi energetici più elevati — sia a un gap competitivo legato all’organizzazione della filiera meridionale».
In queste aree si registrano, infatti, migliori performance grazie a una maggiore innovazione tecnologica, all’impiego di varietà più performanti, a una più favorevole disponibilità e costo della manodopera e a un sistema di filiera più strutturato.
«Le conseguenze economiche sono rilevanti: attualmente, l’utile lordo dei fragolicoltori veronesi è circa un terzo rispetto a quello delle aziende del Sud – spiega Sella -. Il costo medio di produzione nel Veronese si attesta intorno ai 3,53 euro al chilo, contro i circa 2,48 euro al chilo del Sud Italia. Nonostante ciò, Verona rimane la principale area produttiva del Veneto, con circa 250 ettari investiti, pari all’80% della produzione regionale. Le rese medie si collocano tra i 300 e i 380 quintali per ettaro in coltura protetta, mentre nelle regioni meridionali si raggiungono anche i 450 quintali per ettaro».
Alla luce di questo scenario, da tempo emerge una domanda cruciale: quale futuro per la fragolicoltura veronese in un contesto di crescente concorrenza, sia nazionale, sia internazionale?
Il presidente provinciale di Cia apre uno spiraglio: «Resta un elemento di forza nella fidelizzazione dei consumatori locali, anche se tra produttori e consumatori si inserisce la grande distribuzione organizzata, le cui politiche non sono orientate alla valorizzazione del prodotto territoriale. Diventa quindi necessario individuare nuove strategie di rilancio, puntando su innovazione tecnologica, miglioramento varietale e, soprattutto, sul rafforzamento dei canali alternativi alla Gdo. In particolare, la vendita diretta rappresenta oggi uno degli ambiti in cui è ancora possibile recuperare marginalità e valorizzare adeguatamente la qualità delle produzioni veronesi».






