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28 Novembre 2022
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Latte, la protesta degli allevatori arriva a Zevio davanti alla “Lactalis”

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Arriva in provincia di Verona la protesta degli allevatori contro l’inarrestabile ribasso del prezzo del latte, che da giorni tiene banco davanti agli stabilimenti lombardi della multinazionale Lactalis. Mercoledì alle 10 si svolgerà un presidio davanti allo stabilimento di Parmalat a Santa Maria di Zevio, in via Barbare 5, organizzato dagli allevatori della Cia, Confederazione italiana agricoltori, al quale ha dato l’adesione Confagricoltura. Parmalat fa parte del gruppo Lactalis Italia, che ha conquistato anche gli altri grandi marchi nazionali Galbani, Invernizzi e Locatelli diventando il primo gruppo italiano del settore e il più grande acquirente di latte a livello europeo.

«Lactalis sta pagando il latte a prezzi inaccettabili – dice Michele Pedrini, presidente provinciale della Cia -. Siamo sull’ordine dei 32-33 centesimi al litro, un prezzo che non copre nemmeno i costi dei mangimi. I produttori sono allo stremo: se la situazione persiste le nostre aziende saranno costrette a chiudere e le produzioni del nostro latte e dei nostri formaggi non esisteranno più. L’ unico intervento del governo in questi anni è stato l’adozione e poi l’abolizione del regime quote latte. Tutte le altre iniziative a sostegno della trattativa e del prezzo del latte sono cadute nel vuoto».

Daniele Gardoni, referente del settore Zootecnia della Cia, denuncia l’inarrestabile e irrevocabile morte della zootecnia da latte veronese veneta e italiana: «Le aziende italiane oggi si avviano alla chiusura e i consumatori rischiano di trovare sul mercato mozzarelle fatte con latte straniero e altri prodotti tipici italiani copiati e realizzati all’estero. Per questo noi chiediamo di poter continuare a lavorare e produrre. Lo chiediamo con forza al governo, alle istituzioni, alle parti della filiera. Lo chiediamo per noi ma anche per i consumatori. Perché una nazione che non è in grado di proteggere e garantire l’agricoltura e la possibilità di produrre cibo per i loro cittadini non può chiamarsi Stato».

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