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13 Agosto 2022
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L’infermiera interrogata in carcere: «Non ho dato la morfina ed il bambino io l’ho salvato»

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«Non sono stata io, e quella procedura con il Naxalone l’ho indicata perché la mia esperienza di infermiera, quando ho visto il bambino in quello stato, mi ha subito fatto capire di cosa di trattava. E comunque è prassi l’uso della morfina per via orale senza prescrizione».

L’ha detto al magistrato, negando ogni addebito, oggi a Verona, l’infermiera di 43 anni, Federica Vecchini, accusata da mercoledì di aver somministrato della morfina, senza motivi e prescrizione medica, ad un neonato di 30 giorni, ricoverato nel reparto di Patologia Neonatale dell’ospedale di Borgo Roma a Verona. E questo solo per farlo star buono, con il piccolo andato in arresto respiratorio, praticamente in overdose, nella notte tra il 19 e il 20 marzo scorso.

La donna, madre di tre figli, sposata, abitante da qualche anno a Nogara ma originaria del vicino paese di Gazzo Veronese, è stata interrogata nel carcere di Montorio dal giudice per le indagini preliminari, Livia Magri, assistita dal suo avvocato, Massimo Martini. Otto ore secche a rispondere alle domande del magistrato, chiarendo prima di tutto una cosa, come ha riportato all’uscita dal carcere il suo legale: «La morfina veniva gestita in forma orale senza registrazione e tutti gli infermieri vi avevano accesso». E questo rischia di aprire un nuovo fronte, quello sanitario: se è vero quanto affermato dall’infermiera quali controlli vi sono, in realtà, su quel farmaco a base di oppiacei nell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona?

«La mia assistita ha risposto a tutte le domande rivendicando la sua estraneità ai fatti, non ha avuto cedimenti e ha ribattuto punto per punto alle accuse. Sto per questo già preparando la richiesta per ottenere per lei gli arresti domiciliari», ha affermato l’avvocato. Ma non solo, l’infermiera ha spiegato anzi al magistrato come sia stata proprio lei a salvare quel bambino, con il suo intervento altamente professionale. E che i sospetti che si sarebbero concentrati su di lei solo perché ha capito subito come intervenire per salvare il neonato sono infondati, aggiungendo anche che quel bambino non era seguito da lei quella notte e che quando si è verificata la crisi il neonato non era con lei, ma affidato ad un’altra infermiera. Sarà il processo, ora, a dire cosa è realmente accaduto quella notte.

L’infermiera, che si starebbe anche separando dal secondo marito. è residente da pochi anni a Nogara, dopo aver vissuto con il primo coniuge a Buttapietra. La sua famiglia è di Santa Teresa in Valle di Gazzo Veronese. Il padre è stato lui stesso infermiere all’ospedale di Nogara, mentre la madre era bidella alle scuole del paese. Federica ha altre due sorelle, una delle quali, avvocato, è stata anche assessore a Gazzo Veronese. Una famiglia conosciutissima in paese ed anche nel circondario. E lei, fino a ieri, era stimata e considerata nel reparto di Patologia Neonatale dell’Ospedale di Borgo Roma a Verona una delle infermiere più brave ed esperte, con quasi 20 anni d’attività alle spalle.

Ed è tutto questo che fa sembrare ancor più incredibile la vicenda. Tanto che del caso si è interessato anche il Collegio Ipasvi (Infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) affermando per bocca del suo presidente a Verona, Franco Vallicella: «Una volta accertate le eventuali reali responsabilità, di pari passo con le decisioni che la giustizia vorrà prendere, vi sarà un’azione immediata dal punto di vista professionale e della responsabilità etico-deontologica basata sulle verifiche e sostanziata con i provvedimenti necessari e con la massima severità per la tutela della professione e degli assistiti». In pratica, se sarà riconosciuta colpevole verrà radiata dall’albo professionale.

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