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29 Novembre 2022
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Pesche, i campi coltivati nel Veronese sono scesi alla metà di quelli di 10 anni fa

Continuano a calare i campi coltivati a pesche in provincia di Verona. Sono 1.371 gli ettari rimasti, vale a dire la metà rispetto a dieci anni fa. Una tendenza che viene accelerata dai cambiamenti climatici.

«Si conferma, anno dopo anno, il calo delle superfici investite in modo deciso per le pesche, e in maniera contenuta per le nettarine – sottolinea Andrea Lavagnoli, presidente di Cia – Agricoltori Italiani Verona -. Questa tendenza è destinata a continuare a causa dei prezzi insoddisfacenti e all’insorgere di nuove fitopatie, alla concorrenza estera (oltre a Spagna anche Grecia e Turchia) e soprattutto al persistere di varietà non performanti. Quando vengono proposte nuove varietà la sperimentazione viene fatta direttamente sul campo dai peschicoltori, con investimenti non ripagati. Ma le variabili climatiche sono un altro fattore che sta influenzando le scelte degli agricoltori: grandine, gelate, tempeste, alte temperature e siccità sono fenomeni che ogni anno dobbiamo affrontare».

I prezzi delle pesche e delle nettarine registrano le stesse quotazioni dello scorso anno quando, a causa delle avversità, la produzione era pressoché assente. «Nel 2021 le quotazioni non sono riuscite ad assicurare la copertura dei costi sostenuti dai produttori a causa della bassa produzione – dice Lavagnoli -. Quest’anno, pur in presenza di un incremento produttivo che comunque rimane al di sotto del 30% della media degli anni con produttività normali, le noti dolenti sono l’aumento dei costi del 18,7% (dati Ismea) rispetto al 2021 e le minori pezzature dei frutti, a causa della persistente siccità e altri fattori avversi. I calibri ridotti non consentono, infatti, di spuntare i prezzi che realizzano le pesche di grossa pezzatura, quotate mediamente 50 centesimi in più delle pesche a medio calibro. Da registrare come i prezzi, relativamente buoni, siano sostenuti da una domanda favorita dall’aumento delle temperature, dalla carenza della produzione spagnola e dalla relativa concorrenzialità delle regioni del Sud Italia».

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