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25 Settembre 2022
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Presentato il Rapporto 2019 di Fondazione Nord Est: il Veneto al centro del Pentagono dello Sviluppo

Carlo Carraro, Direttore Scientifico Fondazione Nord Est

Cinque regioni che trainano l’Italia. È il “Pentagono dello Sviluppo” lanciato ieri, a Verona, nella presentazione del Rapporto 2019 della Fondazione Nord Est che ha proprio questo come titolo, spiegando con i numeri come in alcune regioni del Paese si siano concentrate crescita e occupazione, export e servizi di qualità. Un “Pentagono dello Sviluppo” formato da Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia che però «ha necessità di investimenti in infrastrutture, formazione, innovazione e sostenibilità per non perdere il vantaggio competitivo con le regioni più avanzate d’Europa», come ha sottolineato nell’apertura del convengo tenuto al Teatro Ristori da Giuseppe Bono, presidente di Fondazione Nord Est.

Per identificare questo “Pentagono dello Sviluppo”, la Fondazione Nord Est ha costruito l’Ises (Indice di sviluppo economico e sociale) che aggrega i 15 principali indicatori socio-economici di ciascuna delle 111 province d’Italia. I risultati mostrano come le 20 province con il più elevato valore Ises stiano tutte in 5 regioni (unica eccezione è Firenze): Veneto, Lombardia, Trentino, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. Dando vita ad una macroregione.

«I fattori principali che caratterizzano queste cinque regioni – ha spiegato Carlo Carraro, direttore scientifico di Fondazione Nord Est – sono livelli di reddito pro-capite elevati (26.425 euro la media Italia rispetto a un range del Pentagono compreso tra 28.532 e 36.000); tassi di disoccupazione quasi la metà della media italiana (6% rispetto a 10,6); minor numero di giovani inattivi (15% contro una media nazionale del 23,4%); matura sensibilità per la raccolta differenziata (con una punta massima in Veneto del 73,6% sul totale della raccolta); maggiore grado di apertura commerciale e sviluppo di servizi avanzati e innovazione tecnologica». Le note dolenti arrivano ancora una volta dal fronte formazione e investimenti. «Si conferma il ritardo nella crescita del capitale umano e degli investimenti. Non solo le regioni del Pentagono non si distinguono granché dalle altre regioni italiane, ma il gap con le regioni europee più performanti diviene rilevante e crescente nel tempo – ha sottolineato nel suo intervento Salvatore Rossi, professore della Luiss University e già direttore generale di Banca d’Italia -. E quelli che mancano sono proprio gli investimenti fondamentali, dalla formazione all’innovazione, dalle nuove forme di energia alle infrastrutture, essenziali per il loro futuro». È forse per questo che i dati sull’economia delle regioni del Pentagono fanno suonare numerosi segnali di allarme: nel 2019 la crescita stimata per quest’area è pari allo 0,5%, con un leggero recupero (0,9%) nel 2020 (comunque a fronte di valori medi nazionali previsti pari a 0,1 nel 2019 e a 0,5 nel 2020.

Un quadro che diventa ancor più preoccupante se si va a considerare altri due dati emersi nella ricerca: tra 10 anni la popolazione del Pentagono sopra i 65 anni rappresenterà il 41% della popolazione (oggi siamo al 36%) con conseguenze sul capitale umano, sulla capacità imprenditoriale e innovativa del territorio oltre che sulla stabilità dei sistemi di welfare; e la crescente quota di popolazione giovane e istruita che lascia il Paese (285.00 nel 2018, record dal 1949, di cui il 36,3% con un diploma e il 30,6% con una laurea). Oltre la metà dalle regioni del Pentagono.

«Per non bruciare il vantaggio competitivo che queste regioni hanno costruito fino a oggi – ha concluso Emma Marcegaglia, nel consiglio di Fondazione Nord Est ed ex presidente di Confindustria – serve una forte accelerazione sul fronte degli investimenti, in particolare quelli in infrastrutture, formazione, innovazione/digitalizzazione e sostenibilità. È chiaro da questa ricerca che il Pentagono è trainante in termini di occupazione, di Pil, di export per tutt’Italia. In Veneto magari ci sono aziende più piccole e in Lombardia più grandi, però sono tutte molto forti e con un senso per l’innovazione e una spiccata vocazione all’export. E inoltre il territorio gode di un tessuto sociale che lavora in positivo».

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