Una flebo attaccata al muro con un chiodo dal personale dell’Adi (Assistenza domiciliare integrata) dell’Ulss 9 per le cure ad un anziano di 90 anni. Lo denuncia oggi la consigliera regionale del Pd, Anna Maria Bigon, riprendendo un post su Facebook pubblicato poche ore fa da un cittadino di San Giovanni Lupatoto, grosso centro alle porte di Verona.
«La carenza strutturale di personale e gli investimenti insufficienti della Sanità regionale continuano a scaricare l’intero peso dell’assistenza sul più grande e invisibile “ospedale” del territorio: le nostre famiglie – accusa Bigon -. Quello di San Giovanni Lupatoto non è purtroppo un caso isolato e le responsabilità non vanno addebitate ai singoli operatori, lasciati soli in condizioni limite. Siamo però di fronte alla spia rossa di un sistema in palese affanno e di un’assistenza domiciliare carente degli strumenti minimi e del tempo necessario a garantire dignità, professionalità e sicurezza ai pazienti più fragili e alle loro famiglie».
«Un medico ordina flebo a domicilio per un 90enne lupatotino. Devono venire alle 8,30, si presentano alle 11,45 e lasciano per tre ore un fragile a digiuno. Si presentano senza asta per flebo, chiedono prima una scala e poi una scopa con manico lungo, poi staccano un quadro e attaccano la flebo al chiodo della parete. Non hanno il nastro-cerotto per avvolgere la flebo alle estremità e chiedono: «ma in questa casa non avete mai avuto nastro adesivo?» Glielo danno e lasciano l’anziano solo. Dopo tre ore saranno i famigliari a staccare la flebo e l’ago».
«Non possiamo permettere che l’assistenza agli anziani e ai fragili si riduca all’improvvisazione e alla buona volontà dei singoli – riprende Bigon -. Il Veneto ha un’infrastruttura di base solida, ma senza risorse fresche e personale qualificato rischia di crollare sotto la spinta del cambio demografico. È ora che la Regione investa davvero sul territorio e sulle famiglie».
Tutto questo, quando i numeri delineano una vera e propria emergenza demografica e assistenziale per il Veneto: 230 mila anziani over 65 (un quinto della popolazione anziana regionale) sono a rischio o hanno già perso l’autosufficienza; durante il 2025 in media 9.050 persone erano in lista di attesa per un’impegnativa di residenzialità (con circa 754 nuove domande registrate ogni mese dopo la valutazione Svama).
«La rete attuale, pur disponendo di 31 mila posti letto autorizzati (di cui 24.419 finanziati dal fondo pubblico), 20 mila impegnative domiciliari e circa 84.500 badanti, non riesce più a sostenere l’impatto della domanda – conclude Bigon -. Le prospettive per i prossimi anni sono ancora più preoccupanti. Secondo le proiezioni Istat, entro il 2030 i veneti non autosufficienti saliranno a 270 mila, per raggiungere quota 318 mila entro il 2040. Di fronte all’aumento delle patologie croniche e della solitudine tra gli over 75, raddoppiare a parole i posti letto o scaricare tutto sul lavoro privato delle badanti non basterà più: occorre riprogrammare l’intero modello organizzativo e finanziario della sanità territoriale. Servono un piano straordinario di assunzioni e dotazioni di risorse e strumentazioni adeguate per il personale sanitario e socio-sanitario impegnato nell’assistenza domiciliare; il potenziamento del Fondo per la non autosufficienza; l’incremento dei finanziamenti per le impegnative domiciliari e residenziali per abbattere le liste d’attesa e un sostegno concreto ai caregiver familiari con la creazione di un fondo dedicato per chi assiste quotidianamente i propri cari».






