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16 Luglio 2024
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Sanità, l’Oncologia dell’Azienda ospedaliera di Verona protagonista di un nuovo farmaco contro il tumore al pancreas

L’Oncologia dell’Azienda ospedaliera universitaria di Verona ha contribuito in maniera importante allo sviluppo clinico di un nuovo farmaco basato sulle nanotecnologie, finalmente disponibile anche in Italia per la cura del tumore al pancreas. I risultati, che hanno portato all’approvazione ed alla rimborsabilità del farmaco da parte di AIFA, sono stati illustrati oggi a Milano nel corso della presentazione ufficiale, a cui ha partecipato anche il professor Michele Milella (nella foto)  direttore dell’UOC di Oncologia AOUI e del Dipartimento di Ingegneria per la medicina di innovazione dell’Università di Verona.

Le principali difficoltà nella cura di questo tumore sono date dalla scarsa vascolarizzazione di questa neoplasia e, di conseguenza, dalla quantità limitata di farmaco che riesce a raggiungere le cellule tumorali che si sviluppano nel pancreas. Recentemente AIFA ha approvato il primo farmaco indicato per la seconda linea di trattamento il tumore del pancreas. Per i pazienti in fase avanzata della malattia è quindi ora disponibile anche in Italia l’irinotecano liposomiale pegilato (Nal-IRI). Il farmaco rappresenta un’opportunità di trattamento per pazienti caratterizzati da forti bisogni clinici ancora insoddisfatti e privi di alternative terapeutiche. L’efficacia antitumorale si basa sulla nanotecnologia liposomiale ovvero su vescicole lipidiche (liposomi) che contengono il principio attivo (irinotecano) e che si accumulano in modo preferenziale nel tessuto tumorale, bloccandone la replicazione. Questa formulazione non solo migliora la biodistribuzione del principio attivo ma anche la stabilità e la farmacocinetica. Nal-IRI sfrutta la tecnologia delle nanoparticelle liposomiali e grazie alle sue caratteristiche strutturali favorisce un miglioramento e un aumento della distribuzione del farmaco proprio all’interno dei tessuti tumorali.

L’incidenza della malattia nel nostro paese è di circa 14.500 nuovi caso l’anno, di cui circa 8.600 in fase metastatica. È una delle neoplasie più difficili da diagnosticare e dalla prognosi più infausta con una sopravvivenza a 5 anni dell’11% negli uomini e del 12% nelle donne e si prevede che diventerà la seconda causa di morte per cancro entro il 2030. Pazienti e caregivers che affrontano questo male si trovano di fronte a numerose difficoltà, che vanno dall’accettazione di una malattia spesso scoperta in stato avanzato, alla gestione del complesso iter di cura, alla sintomatologia che impatta pesantemente sullo stato fisico e mentale del paziente e di chi se ne prende cura. Dietro a questa malattia, infatti, c’è un vissuto fatto di paure e di incertezze per la mancanza di soluzioni terapeutiche che spesso influenza sia i medici che i pazienti con il rischio di portare entrambi ad una sorta di arrendevolezza nei confronti di questa patologia. Ritardare la progressione di malattia, vuol dire anche ritardare l’insorgenza di nuovi sintomi, in particolar modo il dolore e il calo di peso.

«I risultati di NAPOLI-1 hanno dimostrato un vantaggio sia in termini di risposte obiettive, sia di tempo alla progressione e sia di sopravvivenza globale nel gruppo trattato con la combinazione di Nal-IRI e fluorouracile/acido folinico. Nal-IRI rappresenta oggi lo schema di riferimento per la seconda linea terapeutica, dopo un trattamento a base di gemcitabina, grazie ad una maggiore tollerabilità, una solida efficacia e un vantaggio in termini sia di sopravvivenza che di qualità di vita», conclude il professor Milella.

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