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9 Febbraio 2023
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Università di Verona, scoperto legame tra trombosi arteriose e venose

Identificata una proteina che aumenta il rischio di trombosi sia venosa che arteriosa nei cardiopatici. Ad individuarla è stato un team di ricerca dell’ateneo scaligero guidato da Oliviero Olivieri, ordinario di Medicina interna e direttore del dipartimento di Medicina. La ricerca è stata pubblicata nei giorni scorsi sul Journal of the American Heart Association.

Il gruppo di ricerca ha dimostrato come la proteina denominata Apolipoproteina CIII (Apo CIII) possa aumentare il rischio di trombosi sia alle arterie che alle vene, nei pazienti cardiopatici. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of the American Heart Association”.

 

«Nei nostri studi siamo partiti da un dato empirico che però non aveva ancora una spiegazione scientifica – precisa Olivieri – fino a oggi era, infatti, noto che i cardiopatici mostrano una maggiore frequenza di trombi, ovvero grumi di sangue che ostruiscono i vasi, sia nelle vene (con pericolose embolie polmonari secondarie) che nelle arterie (trombosi sulla placca arteriosclerotica), tuttavia non erano finora mai state individuate con precisione le cause di questa doppia propensione».

 

Si sapeva che l’alta presenza di Apolipoproteina CIII (un componente delle micelle lipidiche circolanti ricche in trigliceridi) poteva essere collegata all’arteriosclerosi ed alle trombosi arteriose sovrapposte, ma non era ancora stato dimostrato che l’Apo CIII potesse aumentare anche il rischio di trombi nelle vene. Nel lavoro appena pubblicato si è ottenuta tale dimostrazione: oltre 1000 pazienti sono stati monitorati per 12 anni e in quelli con alta Apo CIII sono state registrate trombosi venose tre volte superiori rispetto ai soggetti con Apo CIII bassa.

 

«Potremmo parlare di una proteina bifronte – prosegue Olivieri – e la scoperta di questa sua particolarità apre nuovi scenari sia di ricerca che di cura. Infatti, fino ad oggi, le trombosi arteriose e quelle venose venivano trattate come ambiti molto distinti, mentre abbiamo dimostrato come i pazienti che presentano un’alta Apo CIII meritino una prevenzione antitrombotica più vigorosa, così da proteggere al meglio sia le arterie che le vene».

 

Alla ricerca, coordinata da Olivieri, hanno lavorato Annalisa Castagna, Domenico Girelli, Francesca Pizzolo, Simonetta Friso, Marco Sandri e Nicola Martinelli, della sezione di Medicina interna dell’ateneo, Antonella Bassi, dell’Azienda socio sanitaria di Mantova, Gianni Turcato e Sara Moruzzi, dell’ospedale Fracastoro di San Bonifacio.

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